Da un whistle rotto

Un racconto più lungo delle scelte, dei fallimenti e delle piccole soluzioni che hanno plasmato ogni whistle, dalla prima testa rotta allo strumento finito.

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Dal primo fischio allo strumento finito

1. Un pomeriggio a Cork

Torno a Cork ogni anno che posso — ho amici lì che mi hanno ospitato, e la città mi restituisce sempre lo stesso senso di appartenenza a qualcosa che avevo imparato ad amare da lontano, ascoltando i Pogues e i Dubliners fin dal 2011, molto prima di avvicinarmi davvero alla musica tradizionale irlandese. Con gli anni quella passione iniziale si è fatta più profonda, più esigente. Avevo sempre suonato con dei Generation, i whistle onesti ed economici da cui parte quasi chiunque. A un certo punto ho sentito il bisogno di qualcosa di più serio. Così, in un pomeriggio di inizio estate del 2025, mi è venuta l'idea di acquistarne uno migliore: sono entrato in un negozio di musica locale e ho comprato il mio primo tin whistle di fascia media.

Cork music shop interior

2. Il difetto che non si poteva ignorare

Dopo appena sei mesi di uso intenso, la testa ha iniziato a traballare. Cercando online ho scoperto di non essere il solo: un difetto ricorrente per quel modello, ben noto a chi frequenta i forum giusti. Ho provato la soluzione più ovvia — un giro di nastro di teflon per stringere l'accoppiamento — ma anche lì altri utenti avvertivano che quello spessore aggiuntivo, su una testa già fragile, rischiava di spaccarla del tutto. Mi sono trovato davanti a una scelta scomoda: convivere con un difetto destinato a peggiorare lentamente, oppure tentare una riparazione che poteva distruggere lo strumento per sempre. Ho scelto una terza strada. Non riparare. Ricostruire da capo.

3. Imparare da zero

Ho chiesto aiuto a un amico che considero un vero genio dell'informatica e dell'elettronica: si costruisce da solo stampanti 3D e droni, programma anche per hobby nel tempo libero, smonta e rimonta qualunque cosa gli capiti in officina. Con lui accanto per la parte di fattibilità di stampa, ho imparato da zero un software di modellazione 3D — non per curiosità, ma perché avevo bisogno di disegnare esattamente la testa che avevo in mente. Le prime versioni stampate erano imbarazzanti: fipple che non fischiavano nemmeno, geometrie grossolane, superfici da rifinire a mano una a una. Ne abbiamo stampate decine, poi decine ancora — ogni versione un piccolo aggiustamento rispetto alla precedente, ogni fallimento un'informazione in più. Piano piano è arrivato il fischio. Poi è arrivato il timbro giusto: confrontando stampa dopo stampa, tenendo solo le scelte progettuali che miglioravano davvero il suono e scartando tutto il resto, senza sentimentalismi. Solo alla fine, quando il suono era quello che cercavo, mi sono permesso di pensare all'estetica: l'incisione del logo, gli accorgimenti che tengono in equilibrio lo strumento in mano.

Early prototypes and later version on the workbench

4. Perché fermarsi alla testa?

A quel punto mi sono fatto una domanda che non mi ha più lasciato in pace: se ero riuscito a progettare la testa, perché non l'intero strumento? Ho iniziato a studiare seriamente l'acustica degli strumenti a fiato, il comportamento della colonna d'aria, spessori e leghe dell'ottone — da autodidatta, con le fonti giuste, senza scorciatoie. Ne è uscita una prima versione del bore in ottone. E di nuovo: tentativi su tentativi, fino a comprare gli strumenti necessari per ottenere tagli e finiture pulite, all'altezza di quello che avevo in testa. Non bastava che lo strumento suonasse bene: doveva essere costruito bene, in ogni millimetro.

Whistle displayed on a stand in the workshop

5. Una stampante, un metodo

Quando il progetto ha preso davvero forma, ho deciso di investire in una stampante 3D tutta mia — non per sostituire il lavoro fatto con il mio amico, ma per accelerare: prototipare la sera dopo il lavoro, testare un'idea la mattina prima di uscire, senza dover aspettare. Ho imparato a configurarla da zero, a capire cosa rende una stampa davvero solida e affidabile e cosa invece è solo apparenza. Con quella stampante ho progettato e costruito gli attrezzi su misura necessari per realizzare questo whistle in modo ripetibile — non un pezzo unico frutto del caso, ma un metodo.

Custom tools and a finished whistle on the workbench

6. Fallire ogni giorno, migliorare ogni volta

Le fasi finali sono state le più lente: ho sperimentato diverse tecniche di incisione, levigatura e saldatura, cercando ogni volta il compromesso giusto tra precisione e resa estetica. In oltre un anno di lavoro non è passato un solo giorno senza un fallimento. Ho secchi interi di stampe scartate. Decine e decine di prototipi costruiti solo per essere confrontati e poi messi da parte. Non ho mai pensato di fermarmi — non perché fosse facile, ma perché ogni fallimento era comunque un'informazione in più su come fare meglio la volta successiva.

Bucket of discarded whistle heads on the workshop floor

7. Da un problema a uno strumento

Oggi, quando prendo in mano uno di questi whistle, ripenso a quel pomeriggio a Cork, alla testa che aveva iniziato a traballare, alla scelta di non accontentarmi. Quello che è nato per risolvere un problema personale è diventato uno strumento pensato, testato e costruito da zero, un pezzo alla volta — con la stessa cura che metterei in qualcosa che voglio suonare io stesso ogni giorno. Perché è esattamente quello che è.